Link interni: a cosa servono davvero e come si misurano

Un link interno è un <a href> che porta da una pagina del tuo sito a un’altra dello stesso sito, e serve a far trovare quella pagina a Google e a dirgli quanto conta rispetto alle altre. Il resto che si legge sull’internal linking (il limite dei 100 link, i tre click dalla home, il

AUTHOR: Donato Pirolo
PUBLISHED: Settembre 1, 2026
MODIFIED: Settembre 1, 2026
Link interni: a cosa servono davvero e come si misurano

Un link interno è un <a href> che porta da una pagina del tuo sito a un’altra dello stesso sito, e serve a far trovare quella pagina a Google e a dirgli quanto conta rispetto alle altre. Il resto che si legge sull’internal linking (il limite dei 100 link, i tre click dalla home, il link juice che si divide) o è una regola di usabilità degli anni Novanta o non ha fonte.

Qui c’è la documentazione italiana di Google, e la mappa dei link interni di questo sito al 31 agosto 2026: 18 articoli, 86 link nel corpo del testo, tre pezzi che nessun altro cita, i pillar più linkati che, tolti i link nel testo, finiscono in fondo alla catena invece che in cima. E la procedura per rifarla sul tuo, con curl e venti righe di Python.

Cos’è un link interno, in tre righe

Un link interno è un elemento HTML <a> con un attributo href che punta a un’altra URL dello stesso dominio. La definizione conta perché la condizione tecnica sta tutta lì dentro, e la scrive Google nella pagina sulle best practice per i link: «In genere, Google può eseguire la scansione del tuo link solo se si tratta di un elemento HTML <a> (noto anche come elemento di ancoraggio) con un attributo href».

Uno <span> con un onclick che porta da qualche parte, per Google non è un link: è un bottone, e i crawler non premono bottoni. Stessa sorte per un <a> senza href e per l’URL costruita a runtime da uno script. Funzionano benissimo per il visitatore, esistono nell’analytics, e nel grafo del tuo sito non ci sono.

La distinzione che regge tutto il pezzo non è di Google: i link nel contenuto, scritti dentro un paragrafo da chi quel paragrafo l’ha scritto, e i link di template, cioè menu, footer, breadcrumb, blocchi «articoli correlati», che il tema stampa su ogni pagina senza chiedere il permesso a nessuno. Qualunque tool lasciato in configurazione default li somma, e il totale che ne esce non descrive nessuna delle due strutture.

Le tre cose che i link interni fanno (e le tre che non fanno)

Fanno scoprire una pagina, dicono a Google quanto quella pagina conta rispetto alle altre dello stesso sito, e dicono di cosa parla. Chi scrive di link interni in ottica SEO lavora su queste tre, e ognuna ha una fonte.

Uno: scoperta. Google trova le pagine nuove seguendo link da pagine che conosce già, e l’esempio scelto dalla pagina su come funziona la Ricerca è esattamente il caso di un blog: «Altre pagine vengono scoperte quando Google estrae un link che rimanda da una pagina nota a una nuova; ad esempio, una pagina hub, come una pagina di categoria, rimanda a un nuovo post del blog». La guida introduttiva lo mette in una riga sola: «Google ogni giorno trova la maggior parte delle nuove pagine tramite link». Cosa succede fra la scoperta e la SERP sta nel pezzo su come Google indicizza le pagine.

Due: importanza relativa. «Google può utilizzare informazioni come il numero di link che deve seguire per raggiungere una pagina e il numero di link a una pagina per dedurre l’importanza relativa di una pagina rispetto al resto del sito.» La frase sta nella guida alla struttura e-commerce, aggiornata al 18 dicembre 2025, e la condizione fa parte dell’affermazione: importanza relativa rispetto alle altre tue pagine, nessuna promessa di posizione, nessuna soglia numerica. È la cosa più utile che Google abbia scritto sui link interni, e sta dentro la sezione e-commerce, dove una guida generalista non va mai a cercare. Cinque fra le guide italiane più lette su questo tema le ho aperte una per una il 31 agosto 2026, e da qui in avanti «le cinque guide» sono quelle. Quella frase non compare in nessuna.

Tre: contesto. L’anchor text dice a chi legge, e a Google, di cosa parla la pagina di destinazione prima che ci arrivino. È l’unico dei tre punti su cui la documentazione dà istruzioni operative, con tanto di esempi etichettati «Non valido».

E le tre che non fanno. Non garantiscono l’indicizzazione: un link fa scoprire una URL, la decisione di indicizzarla arriva dopo ed è di Google. Non sostituiscono la sitemap, e la sitemap non sostituisce loro, come sta scritto nella guida alla sitemap XML. Non sono un fattore di ranking dichiarato: che aggiungere link interni faccia salire una pagina in SERP, Google non l’ha mai scritto, e chi te lo promette sta estrapolando da una frase sull’importanza relativa.

Link nel contenuto e link di navigazione: due tipi di internal linking che non si contano insieme

Servono a cose diverse e vanno contati separatamente. Menu, footer e breadcrumb esistono identici su ogni pagina e dicono com’è fatto il sito; un link dentro un paragrafo esiste una volta sola e dice cosa c’entra con cosa.

Nessuna fonte ufficiale di Google attribuisce più peso ai link nel contenuto. Tutte e cinque le guide lo affermano, in forme diverse, e nessuna lo documenta. La pagina che lo dice non l’ho trovata nemmeno io, e l’ho cercata partendo dal presupposto che esistesse. Se qualcuno te la mostra, mandamela.

Qualcosa di più stretto si può dire. L’anchor text conta, e il menu del tuo sito ha lo stesso anchor su tutte le pagine: di segnale nuovo ne porta uno, ripetuto quante volte vuoi. Un link scritto in un paragrafo porta un anchor diverso e le parole che gli stanno intorno, che secondo la stessa pagina di Google «sono importanti».

La differenza pratica vale comunque la si pesi: il menu lo decidi una volta e resta lì per anni, i link nel testo li decidi ogni volta che pubblichi, e sono l’unica parte della tua struttura che si muove da sola mentre lavori, senza che nessuno ti avvisi.

Anchor text: la pagina ufficiale che le guide non citano

Un buon anchor text è descrittivo, conciso e pertinente, e il test per capire se lo è lo scrive Google nella sua pagina sulle best practice per i link: «prova a leggere solo l’anchor text (fuori contesto) e verifica se è abbastanza specifico da avere senso da solo. Se non sai come potrebbe essere la pagina, hai bisogno di un anchor text più descrittivo».

Sulla stessa pagina ci sono gli esempi ufficiali, già scritti in italiano, con le etichette che ci ha messo Google. Sotto «Non valido (troppo generico)» stanno «Fai clic qui», «Scopri di più», «sito web», «articolo». Sotto «Non valido (stranamente lungo)» sta un anchor che invece di nominare la pagina di destinazione la riassume tutta.

Le altre istruzioni della pagina sono quattro, e nelle guide in italiano non le ho mai viste riportate.

  • Non attaccare un link all’altro. «Non concatenare i link uno accanto all’altro; è più difficile per i lettori distinguerli e non avrai testo circostante per ogni link.»
  • Cura le parole intorno al link, perché «le parole prima e dopo i link sono importanti».
  • Non imbottire l’anchor di keyword. La domanda che Google suggerisce di farsi è: «il lettore ha bisogno di queste parole chiave per comprendere la pagina successiva?». Il caso limite ha un nome dentro le norme antispam di Google, «Parole chiave in eccesso», definito come «l’utilizzo estensivo di parole chiave o numeri in una pagina web al fine di manipolare i ranking nei risultati della Ricerca Google». Portata da non allargare: gli esempi della voce «Link di spam» sono tutti su link esterni, scambiati o comprati, e una voce antispam dedicata ai link interni non esiste.
  • Per un’immagine dentro un link, l’anchor è l’alt. Se l’<a> è vuoto, come riserva Google può usare l’attributo title.

Tre righe copiabili, stesso href, per vedere la differenza:

<!-- generico: fuori contesto non dice dove porta -->
<a href="/redirect-301/">clicca qui</a>

<!-- stranamente lungo: riassume la pagina invece di nominarla -->
<a href="/redirect-301/">come si imposta un redirect 301 su WordPress senza plugin e come si verifica che funzioni davvero</a>

<!-- descrittivo, dentro la finestra 2-5 parole -->
<a href="/redirect-301/">impostare un redirect 301</a>

La terza forma è quella che supera il test di Google: la leggi da sola e sai dove finisci.

«Non superare i 100 link per pagina»: da dove viene e cosa dice Google oggi

Quel limite non esiste, e la documentazione italiana dice testualmente il contrario: «Non esiste un numero ideale magico di link che una determinata pagina dovrebbe contenere; tuttavia, se ritieni che ci siano troppi link, probabilmente è così». Pagina aggiornata al 31 dicembre 2025.

Il numero però viene da qualcosa. Le vecchie Linee guida per i webmaster, in italiano, dicevano: «Limita a un numero ragionevole i link in una determinata pagina». La formulazione è quella della copia archiviata di quella pagina, datata 1° gennaio 2014: un numero ragionevole, senza cifre. Quelle linee guida sono state sostituite dalle norme fondamentali della Ricerca, e lì la raccomandazione non c’è più: nella pagina italiana di oggi «numero ragionevole» non compare. Una fonte Google che scriva «cento» non l’ho trovata, e nessuna delle tre guide che lo ripetono la produce.

Le tre lo tengono in vita in tre modi diversi. Moca, del 26 marzo 2026 e la più lunga delle cinque, ci ha un sottotitolo intero, «Rispetta il limite di 100 link per pagina», e scrive: «Google ha indicato che oltre circa 100 link per pagina potrebbe non seguirli tutti». SEOZoom lo archivia e spiega perché: «In passato si consigliava di non superare i 100 link a pagina, ma ora questa regola viene reputata obsoleta». Prosegue spiegando che dipende dalla rilevanza dei link e dalla complessità del sito, e che una soglia oltre il buon senso non c’è. EVE Milano lo lega al PageRank della pagina: «Un tempo il limite pratico era intorno ai 100 link, ma oggi questo numero è molto più alto per pagine con buon PageRank».

Tre trattamenti, e all’arrivo non sono così distanti come sembrano: due su tre finiscono dove finisce Google, cioè sul buon senso, e uno solo tiene in piedi la soglia come regola da rispettare. Il punto d’arrivo di SEOZoom e i «troppi link» di Google dicono la stessa cosa, e nessuna delle due formulazioni contiene un numero. Le altre due guide il limite non lo trattano.

La regola operativa è di giudizio, non di conteggio. Venti link dentro un articolo da 1.500 parole sono probabilmente il segno che stavi scrivendo altro; cento in una pagina di archivio sono normali.

Profondità di click: la regola dei tre click non è di Google

Diagramma ad anelli concentrici che misura la profondità di click a partire dalla home: le pagine sull'anello più esterno restano lontane, ma nessuna soglia di tre click è mai stata scritta da Google.

La profondità conta, la soglia di tre no. Non l’ha mai scritta nessuno a Mountain View, e l’unico numero che Google abbia messo per iscritto è un altro.

L’ho già citato più su: il numero di link che Google deve seguire per raggiungere una pagina è una delle informazioni con cui ne deduce l’importanza relativa dentro il sito. Nessuna soglia, nessun numero, e la frase vive dentro la guida e-commerce.

Intanto tre delle cinque guide danno il tre per buono, e nessuna delle tre cita una fonte. ValentinoMea ci ha un H3, «Utilizza il principio dei 3 clic», e scrive «ogni pagina importante dovrebbe essere raggiungibile in massimo tre clic dalla home page». EVE Milano: «Se la homepage è a distanza 1, le pagine strategiche dovrebbero essere a 2-3, mai oltre 4». Moca: «pagine sepolte a 4-5 click di profondità dalla home ricevono meno attenzione dal crawler».

L’unico numero che Google abbia scritto sulla profondità sta nel post del blog del 7 ottobre 2008, e il titolo è «Keep important pages within several clicks from the home page». Several, non three. Di quel post non esiste una traduzione italiana: la ?hl=it risponde 200 e la pagina resta in inglese. Sopra c’è il banner che ci ha messo Google stessa, «It’s been a while since we published this blog post. Some of the information may be outdated», seguito da «However, the content is still relevant». La parte ancora valida è la più elementare: le pagine importanti devono essere cliccabili dalla home, perché «it’s uncommon for search engine crawlers to type into search boxes or navigate via pulldown menus». Googlebot nella casella di ricerca non ci scrive niente, e se l’unico modo di arrivare a una tua pagina è cercarla, per lui quella pagina non c’è.

La guida al crawl budget, aggiornata il 5 agosto 2026 e nel frattempo traslocata su un’altra URL (il vecchio indirizzo search/docs/crawling-indexing/large-site-managing-crawl-budget oggi redirige a crawling/docs/crawl-budget), elenca le sue best practice: inventario delle URL, duplicati accorpati, robots.txt, 404 e 410, soft 404, sitemap aggiornate, catene di redirect, caricamento efficiente, velocità, cache HTTP 304. Né «link interni» né «profondità» compaiono in quel documento. Chi lega la profondità di click al budget di scansione lo fa senza quella pagina.

Una soglia ufficiale non esiste, la misura resta utile lo stesso. Sul tuo sito la profondità è una diagnosi gratis: appena la calcoli smetti di discutere se il numero giusto sia tre e scopri quali pagine stanno a cinque.

Pagine orfane: due significati, e uno solo è un problema

Orfana per il crawler è una pagina che nessun link raggiunge, da nessun punto del sito. Su un CMS con archivio, categorie e paginazione praticamente non esiste: il tema linka tutto, sempre, che tu lo voglia o no. Orfana per l’editoria è una pagina che nessun testo cita, raggiunta solo da archivio e paginazione, e quella è comunissima.

La seconda non è un errore tecnico. È un contenuto che il sito non ha mai considerato utile a nessun altro contenuto, il che sarebbe un giudizio, se qualcuno l’avesse dato: di solito non l’ha dato nessuno, è successo e basta.

Nota di lessico. «Pagina orfana» non è terminologia di Google, e nella documentazione ufficiale il termine non compare mai. C’è la prescrizione da cui il concetto discende, in italiano, dentro una sezione intitolata «Link interni: riferimenti incrociati ai tuoi contenuti»: «Ogni pagina per te importante dovrebbe avere un link da almeno un’altra pagina del sito». Una. Il minimo documentato è uno, e vale per le pagine che consideri importanti tu.

Il criterio utile è un altro: da chi è linkata quella pagina, e con quanto testo intorno. Una pagina raggiunta solo da tre righe di paginazione rispetta il minimo documentato e non viene citata da nessun testo. Sul sito che stai leggendo ce ne sono tre.

Ho crawlato il mio sito: tre orfani, i pillar in fondo e una regola che avevo scritto io

Mappa dei link interni di donatopirolo.dev: i due articoli più linkati stanno in fondo alla catena invece che vicino alla home, mentre tre articoli restano isolati senza nemmeno un link contestuale in ingresso.

Su 18 articoli e 91.895 parole ci sono 86 link interni nel corpo del testo, uno ogni 1.068 parole, contro 311 link esterni, uno ogni 295. Questo sito cita gli altri tre volte e mezzo più di quanto citi sé stesso.

I numeri sono del 31 agosto 2026 e vengono da un crawl fatto così: 33 URL prese da post-sitemap.xml e page-sitemap.xml, pagine scaricate con curl, link estratti dal solo contenitore del contenuto (div.dynamic-entry-content), quindi senza menu, footer, breadcrumb e senza il blocco «Precedente/Successivo» che il tema stampa in fondo a ogni articolo, profondità calcolata con una visita in ampiezza dalla home. Se rifai il conto fra sei mesi ti escono numeri diversi, e uno dei motivi è che questa mappa ho tutta l’intenzione di sistemarla.

Le coppie articolo→articolo distinte sono 57 su 306 possibili, e nessuno linka tutto a tutto. Le buche però sono un’altra faccenda.

Tre articoli non hanno nemmeno un link contestuale in ingresso: /core-web-vitals/, /hreflang/ e /contenuti-generati-ai-google/. Zero. Nessun paragrafo, in nessuno degli altri diciassette articoli, li nomina. Altri tre ne hanno esattamente uno, /noindex/, /redirect-301/ e /schema-markup/. Sei articoli su diciotto, un terzo del sito, si dividono tre link contestuali sugli ottanta che vanno da un articolo a un altro (gli altri sei degli 86 puntano a pagine, non ad articoli).

Nessuno dei tre è orfano nel senso del crawler: ci si arriva da /blog/, dalla paginazione e dal blocco «Precedente/Successivo», e due dei tre sono perfino linkati dalla home. Quei due sono insieme le pagine più esposte in architettura e le più ignorate dai contenuti.

Poi l’inversione, che è la parte che non mi aspettavo. /seo-per-ai/ è la pagina più linkata del sito, 15 link contestuali in ingresso, e spegnendo i link nel testo starebbe a tre click dalla home. /knowledge-graph/ ne riceve 11, stessa storia. /keyword-research/ ne riceve 8, idem. Nel frattempo i tre articoli che la home linka in prima pagina, a un click da chiunque, ne hanno zero, zero e uno.

Con tutti i link accesi la fotografia è più mite: tre articoli a un click, dieci a due, cinque a tre. Spegni i link nel testo, resta la sola architettura, e gli articoli a tre click diventano otto. La causa è banale e la verifichi in trenta secondi: l’archivio /blog/ è cronologico e paginato a dieci, i pillar sono i pezzi più vecchi, quindi stanno tutti su /blog/page/2/. Non l’ha deciso nessuno: l’ha deciso l’ordine in cui ho pubblicato.

La quarta cosa fa più male delle altre tre, perché la regola l’ho scritta io. In /keyword-clustering/, online, c’è scritto: «La regola è il collegamento bidirezionale: il pillar linka ogni spoke, e ogni spoke linka il pillar. Andata e ritorno, sempre.» Sulle 13 coppie pillar↔satellite del sito: 5 bidirezionali, 6 a senso unico, 2 senza nessun link né all’andata né al ritorno. Il cluster messo peggio è il più grande, /indicizzazione-google/, che ha sei satelliti, ne linka due e non è linkato da quattro. Come si progetta il linking dentro un topic cluster sta lì; qui c’è solo il conto di quanto poco io l’abbia seguito.

Gli anchor sono la parte venuta bene. 66 su 86 stanno nella finestra 2-5 parole. In tutto il sito non c’è un anchor «clicca qui», «qui», «leggi di più», «questa pagina»: zero anchor generici su 86 link.

Il resto della colonna anchor è meno decoroso. 24 link su 86, il 28%, portano a una destinazione che quella stessa pagina aveva già linkato: /keyword-clustering/ manda a /keyword-research/ quattro volte, /seo-per-ecommerce/ manda a /filtri-ecommerce-seo/ quattro volte, di cui tre con lo stesso identico anchor. La regola «un link per fonte, non uno per citazione» sul sito vale da mesi per i link esterni, e a quelli interni non l’aveva applicata nessuno. Il mio preferito sta in /misurare-visibilita-ai-overview/, che linka /llms-txt/ con l’anchor «i numeri dicono altro»: fuori contesto non significa niente e fallisce alla lettera il test di Google. E ce n’è uno da 11 parole, esattamente il caso che la documentazione etichetta «Non valido (stranamente lungo)».

Sulla posizione dei link dentro l’articolo il conto è questo: 18 stanno nel primo quarto, 13 nel secondo, 24 nel terzo, 31 nell’ultimo. 55 su 86 nella seconda metà. Su /core-web-vitals/ e /redirect-301/ stanno tutti oltre il 77% del testo. Se la posizione conti qualcosa non l’ho trovato scritto da nessuna parte.

La morale è che l’internal linking non si progetta una volta sola. Si sfalda da sé mentre pubblichi, e per accorgersene bisogna misurarlo.

Come rifare questa mappa sul tuo sito in venti minuti

Servono curl, grep, Python e le tue sitemap. Nessuna licenza, nessun account, nessun tool da installare.

1. Prendi l’elenco delle URL. Da entrambi i sitemap, altrimenti ti perdi metà del sito.

curl -s https://iltuosito.it/post-sitemap.xml > s1.xml
curl -s https://iltuosito.it/page-sitemap.xml > s2.xml
cat s1.xml s2.xml | grep -o '<loc>[^<]*</loc>' | sed 's/<[^>]*>//g' | sort -u > urls.txt
wc -l urls.txt

2. Scarica le pagine.

mkdir -p pagine
i=0
while read u; do
  i=$((i+1))
  curl -s "$u" > "pagine/$(printf '%03d' $i).html"
  echo "$(printf '%03d' $i) $u" >> indice.txt
  sleep 1
done < urls.txt

Lo sleep 1 è educazione verso il tuo stesso server, e su trentatré pagine costa mezzo minuto.

3. Estrai i link dal solo contenitore del contenuto. È il passo che decide se il conteggio significa qualcosa: se prendi tutti gli <a> della pagina ti ritrovi il menu moltiplicato per il numero di articoli, più il blocco «Precedente/Successivo» che finge di essere un consiglio editoriale.

# estrai.py
import glob
from html.parser import HTMLParser

DOMINIO = 'https://iltuosito.it'
CONTENITORE = 'dynamic-entry-content'   # la classe del div che contiene l'articolo

class Corpo(HTMLParser):
    def __init__(self):
        super().__init__()
        self.dentro = 0
        self.link = []

    def handle_starttag(self, tag, attrs):
        a = dict(attrs)
        if tag == 'div':
            if self.dentro:                        # div annidato: conta la profondità
                self.dentro += 1
            elif CONTENITORE in (a.get('class') or ''):
                self.dentro = 1
        elif tag == 'a' and self.dentro:
            href = (a.get('href') or '').split('#')[0]
            if href.startswith('/') or href.startswith(DOMINIO):
                self.link.append(href)

    def handle_endtag(self, tag):
        if tag == 'div' and self.dentro:
            self.dentro -= 1                       # a zero il contenitore è chiuso

for f in sorted(glob.glob('pagine/*.html')):
    p = Corpo()
    p.feed(open(f, encoding='utf-8', errors='ignore').read())
    for href in p.link:
        print(f, href)

Il contatore dentro serve a chiudere la cattura esattamente dove finisce il contenitore: senza, footer e blocco «Precedente/Successivo» rientrerebbero nel conto, che è l’errore da cui è nato questo paragrafo. Se il tuo tema chiude l’articolo in un <article> o in un <main>, cambi il nome del tag nelle due righe che lo nominano. Sui miei 33 file lo script stampa i link interni pagina per pagina, e filtrando i soli 18 articoli il totale torna 86.

4. Conta gli inbound per destinazione e leggi dal fondo.

python3 estrai.py | awk '{print $2}' | sort | uniq -c | sort -n | head -20

Chi sta a zero in questo elenco non compare proprio, quindi lo trovi confrontando l’output con urls.txt. Le URL che mancano sono i tuoi orfani editoriali.

5. Calcola la profondità dalla home. Il contenitore non c’entra: per la profondità servono tutti i link, menu e paginazione compresi, perché sono quelli che il crawler segue. La visita in ampiezza sta in otto righe.

from collections import deque
# grafo = {url: set(url linkate)}, costruito come sopra ma SENZA filtrare il contenitore
d, coda = {HOME: 0}, deque([HOME])
while coda:
    u = coda.popleft()
    for v in grafo.get(u, ()):
        if v not in d:
            d[v] = d[u] + 1
            coda.append(v)

Fallo due volte, con e senza i link nel testo. La differenza fra i due risultati è quanta struttura ti regge da sola, ed è da lì che è saltata fuori l’inversione dei pillar qui sopra.

Screaming Frog fa questi cinque passi meglio, tutti insieme e in un click, e la sua versione gratuita si ferma a 500 URL, che per un blog è più che sufficiente. Il vantaggio di questi comandi è che si leggono riga per riga: sulle trentatré pagine di questo sito girano in meno di venti minuti.

Il report Link di Search Console: cosa mostra e, soprattutto, cosa non mostra

Mostra un campione. Lo dichiara in apertura la pagina del report Link: «Questo report non è un elenco completo di tutti i link sul tuo sito. Mostra un campione di link interni ed esterni per aiutarti a comprendere il profilo dei link complessivo del tuo sito».

Sulla stessa pagina ci sono altri tre avvertimenti, e nessuna delle cinque guide ne riporta uno: lo nominano tutte e cinque fra gli strumenti, e nessuna dice cosa non mostra. Le tabelle si fermano a 1.000 righe, «pertanto potrebbero essere troncate nei siti più grandi o più collegati». «I link duplicati vengono combinati», quindi se una tua pagina ne linka un’altra quattro volte lì dentro ne vedi uno: sul mio sito, con 24 link ridondanti su 86, è il 28% del totale che sparisce. «Il report non specifica se un link è contrassegnato come nofollow». Aggiungi che le pagine vengono raggruppate per URL canonico e hai quattro modi diversi di contare meno link di quanti ne hai.

Chi lo apre credendolo completo si vede un profilo più povero di quello che ha: gli sembra di avere pochi link e ne aggiunge altri dove non servono.

L’uso giusto sono le sue due tabelle. «Pagine più collegate dall’interno del tuo sito» ti dà l’ordinamento per link ricevuti; il filtro per singola pagina ti dice quali pagine rimandano a quella. Vanno lette insieme al crawl e non al posto suo, perché guardano due momenti diversi: il report mostra quello che Google ha trovato nel tempo, il crawl quello che c’è adesso. Quando i due numeri divergono, di solito hai cambiato qualcosa da poco e Google non l’ha ancora rivisto.

Link rotti, catene di redirect e link che nessuno ha aggiornato

Un 301 ripara la richiesta, non il link. Il visitatore arriva a destinazione e non si accorge di niente, mentre il tuo HTML continua a puntare a una URL che non esiste più, e ogni volta che qualcuno la segue si paga un passaggio in più.

Sulle catene la guida al budget di scansione è secca: «Evita lunghe catene di reindirizzamento, che hanno un effetto negativo sulla scansione». È l’unica frase di quel documento che leghi i link alla scansione, e parla di redirect.

Si trovano nello stesso crawl di prima, guardando i codici di stato invece del contenuto.

while read u; do
  echo "$(curl -s -o /dev/null -w '%{http_code}' "$u") $u"
done < urls.txt | grep -v '^200'

Su quando serve impostare un redirect 301 e come si verifica che non abbia formato una catena c’è già la guida dedicata: qui non lo rifaccio.

Nota di realtà. Su un sito piccolo i link rotti sono l’unico problema di questo articolo che si risolve davvero in mezz’ora. Gli orfani editoriali no: quelli chiedono di rileggersi gli articoli e decidere dove ci sta un rimando sensato, e non c’è script che lo faccia al posto tuo.

PageRank, link juice e le altre metafore idrauliche

Il PageRank esiste, Google lo conferma, e lo mette nell’elenco delle cose su cui non concentrarsi. La voce sta fra i falsi miti, nella sezione «Aspetti su cui non soffermarsi» della guida introduttiva alla SEO, aggiornata al 18 dicembre 2025: «Sebbene PageRank utilizzi i link ed è uno degli algoritmi fondamentali di Google, la Ricerca Google prende in considerazione molti altri aspetti oltre ai link. Abbiamo molti indicatori di ranking, e PageRank è solo uno di questi.»

Cosa Google non scrive in nessun punto della sua documentazione: che il valore di una pagina si divida in parti uguali fra i suoi link in uscita; che un nofollow su un link interno ridistribuisca qualcosa verso gli altri link della stessa pagina; che esista una quantità di autorità misurabile che entra da una porta ed esce dall’altra. Sono modelli, alcuni vecchi di quindici anni, e vanno benissimo finché li chiami modelli. Il rubinetto e la vasca aiutano a ragionare, poi però qualcuno inizia a calcolare la portata dei tubi e a spegnere link interni per non «sprecare» niente, che è come mettere il tappo al lavandino di casa d’altri.

Quello che si può dire con la fonte in mano è più modesto e più utile: Google può usare il numero di link che una pagina riceve per dedurne l’importanza relativa rispetto alle altre pagine del sito. La stessa frase vale per l’albero delle categorie di uno shop, dove i livelli sono quattro e la differenza si vede a occhio nudo.

Nota di metodo. Le citazioni qui hanno l’URL con ?hl=it perché la versione italiana e quella inglese non sempre coincidono. Nella stessa sezione «Aspetti su cui non soffermarsi», la voce sul numero di intestazioni chiude in italiano con «se ritieni che ci siano troppi link, probabilmente è così», mentre l’inglese dice «if you think it’s too much, then it probably is», riferito alle intestazioni. La parola «link» è comparsa in traduzione, e le pagine di supporto di Google avvertono da sole che possono contenere «contenuti tradotti usando la tecnologia AI».

Cosa non ho trovato in nessuna fonte ufficiale

Nella documentazione di Google, cercando pagina per pagina, non ho trovato:

  • un numero massimo di link per pagina;
  • una soglia di profondità espressa in click;
  • il termine «pagina orfana»;
  • un’affermazione che i link nel corpo del testo valgano più di quelli nel menu;
  • una regola sul numero di anchor diversi ammessi per la stessa destinazione;
  • una descrizione di come il PageRank si distribuisca fra i link di una pagina;
  • una menzione dei link interni nella guida al budget di scansione.

Sono sette affermazioni che girano, in forme diverse, sulle cinque guide italiane che ho aperto.

Possono essere vere lo stesso. Chi le scrive non le ha prese dalla documentazione, e vanno trattate come ipotesi di lavoro: buone finché reggono, e da lasciar cadere senza drammi il giorno che qualcuno le misura.

La checklist

Otto voci, e ognuna si verifica con qualcosa che sta già in questa pagina.

  1. Conta i link del corpo separatamente da quelli del template. Sono due strutture diverse, e sommarle nasconde entrambe.
  2. Elenca le pagine con zero link contestuali in ingresso. È il passo 4 della procedura, e su questo sito ha restituito tre nomi.
  3. Leggi l’elenco degli inbound partendo dal fondo. La pagina che riceve quindici link non ti serve a niente; quella che ne riceve zero sì.
  4. Calcola la profondità due volte, con e senza i link nel testo. Se il secondo numero peggiora parecchio, la tua architettura dei link interni non regge da sola.
  5. Verifica che ogni coppia pillar↔satellite sia bidirezionale. Andata e ritorno, e sotto i venti articoli il conto lo fai a mano in cinque minuti.
  6. Rileggi i tuoi anchor fuori contesto. Se non capisci dove porta, il test di Google l’hai già fallito.
  7. Togli i link ripetuti verso la stessa destinazione dalla stessa pagina. Il primo serve, il quarto è rumore per chi legge. Quello che ho misurato sono i due casi da quattro ripetizioni del crawl qui sopra, e in uno dei due tre anchor su quattro erano identici. Se due link lontani fra loro, con anchor diversi, siano la stessa cosa non l’ho misurato e non l’ho trovato scritto da nessuna parte: su questa pagina ce n’è uno, e l’ho lasciato lì.
  8. Controlla i codici di stato dei link interni. Un 301 interno è un lavoro rimasto a metà, un 404 interno è un lavoro mai fatto.

Domande frequenti

Sette domande. A cinque la documentazione di Google risponde in una riga; sulle altre due non dice niente, e anche quello è un risultato. Le guide in italiano ci mettono tre paragrafi lo stesso.

Quanti link interni può avere una pagina? Esiste un limite di 100?+

No, quel limite non esiste. La documentazione di Google scrive che «non esiste un numero ideale magico di link che una determinata pagina dovrebbe contenere» e aggiunge il criterio: se ti sembra che ce ne siano troppi, probabilmente è così. Il numero 100 sopravvive in tre delle cinque guide che ho messo a confronto, in tre forme diverse, e nessuna delle tre produce la fonte.

Esiste la regola dei tre click? Google l’ha mai scritta?+

No. L’unico numero che Google abbia scritto sulla profondità è «several clicks», nel titolo di un post del blog del 7 ottobre 2008 su cui oggi c’è un banner messo da Google stessa, che avverte insieme che qualcosa può essere superato e che il contenuto regge ancora. La profondità resta un segnale: la guida alla struttura e-commerce dice che il numero di link da seguire per raggiungere una pagina serve a dedurne l’importanza relativa nel sito. Senza soglie.

«Clicca qui» va bene come anchor?+

No, e non è un’opinione: «Fai clic qui» sta nell’elenco degli esempi che Google etichetta «Non valido (troppo generico)», insieme a «Scopri di più», «sito web» e «articolo». Il test è leggere l’anchor da solo, fuori contesto, e vedere se capisci dove ti porta.

Google segue i link inseriti via JavaScript?+

, a una condizione che la documentazione mette per iscritto: che il risultato sia il markup HTML standard, cioè un elemento <a> con un attributo href. Uno <span> con un onclick non è un link e non viene seguito. Se il tuo menu o il tuo blocco «articoli correlati» sono costruiti così, per il crawler quei collegamenti non esistono.

Il report Link di Search Console mi mostra tutti i miei link interni?+

No, mostra un campione. Le tabelle si fermano a 1.000 righe, i link duplicati vengono combinati, il report non dice se un link ha nofollow, e le pagine sono raggruppate per URL canonico. Se il tuo crawl conta più link del report, non è il crawl ad avere torto.

Meglio linkare all’inizio o alla fine dell’articolo?+

Non si sa, e chi lo sa non l’ha scritto. La tesi che i link in alto valgano di più gira su più di una guida italiana, e nessuna di quelle che ho aperto la documenta. Quello che puoi fare è misurarti: sul mio sito 55 link interni su 86 stanno nella seconda metà dell’articolo e 31 nell’ultimo quarto, il che dice dove finisco per metterli mentre scrivo, e basta.

Come faccio a sapere quali mie pagine non sono citate da nessuna mia pagina?+

Scarichi le pagine dai sitemap, estrai gli <a href> dal solo contenitore del contenuto, conti quante volte ogni URL compare come destinazione e confronti l’elenco con quello di partenza. Le URL che mancano non sono citate da nessun testo. Sono i cinque comandi della procedura qui sopra, e su questo sito hanno restituito tre nomi.

Donato Pirolo

Donato Pirolo

Consulente SEO & AI

Aiuto aziende e professionisti a crescere nei risultati organici e generativi, unendo SEO tecnica, strategia dei contenuti e ottimizzazione per i motori AI (GEO).

Lascia un commento